«NÉ DI DESTRA, NÉ DI SINISTRA»: FASCISTI DENTRO di Anna Lami

27 gennaio da sollevazione

Con l’aggravarsi della crisi economica nell’area euro, in Italia è sorto un vasto e frammentato mondo associazionistico che si batte per l’uscita dalla moneta unica e dall’Unione Europea ed il recupero della sovranità nazionale. In quest’area, che in molti hanno definito “sovranista”,  è opinione piuttosto diffusa che la battaglia per la sovranità nazionale debba essere “trasversale”, quindi oltre le categorie di destra e sinistra, considerate ormai desuete, al pari della questione fascismo/antifascismo.
d_672-458_resize[Nella foto: Simone di Stefano di Casa Pound tra Adriana Polibortone vicepresidente di Fratelli d’Italia e Borghezio della Lega Nord]Su posizioni simili, e con una cassa di risonanza decisamente più ampia rispetto agli ambienti “sovranisti”, si trova anche il Movimento 5 Stelle, che ha fatto del superamento della dicotomia destra/sinistra e del disinteresse per l’antifascismo un tratto significativo della propria identità politica.Anche alcuni intellettuali di provenienza marxista, come Costanzo Preve o, quantomeno studiosi di Marx, come Diego Fusaro, hanno più volte sostenuto nei loro scritti l’esaurimento delle categorie destra/sinistra e l’assurdità dell’antifascismo “in assenza di fascismo”. [Avevamo già avuto modo di criticare le idee di Preve e Fusaro. NdR]

Preve, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, è tornato spesso su queste questioni. Pur ritenendo “integralmente legittima la resistenza antifascista europea, ivi compresa quella italiana”, considerava “tuttavia chiuso questo episodio storico, e non chiuso in parte, ma chiuso del tutto”. Unica vera grave pecca di Mussolini, secondo Preve, fu la politica di aggressione imperialista e colonialista: “È questo, e praticamente solo questo, che non perdono a Mussolini: l’aggressione ai popoli da colonizzare ed ai vicini che non ci minacciavano né direttamente né indirettamente.”[i] Sulla stessa lunghezza d’onda anche Diego Fusaro: “se per fascismo intendiamo il fascismo storico mussoliniano, esso si è estinto da ormai più di cinquant’anni e non ha senso, dunque, la sopravvivenza dell’-anti alla realtà cui l’-anti si contrapponeva. Se per fascismo intendiamo genericamente la violenza, oggi allora il fascismo è l’economia capitalistica (Fiscal Compact, debito, precariato, ecc.), ossia ciò che gli odierni sedicenti antifascisti accettano in silenzio”.[ii]
Effettivamente, queste argomentazioni avrebbero senso se per fascismo si volesse indicare la sola prassi politica fondata sulla violenza e sulla sopraffazione dell’altro (che si tratti di oppositori politici o popoli da sottomettere); ridurre, però, il fascismo a violenza e politica imperialista/colonialista significa non aver del tutto compreso i termini della questione.

Di recente, Fabrizio Marchi, in un suo contributo[iii], rispondendo alle argomentazioni di Preve, ha opportunamente sottolineato che il fascismo non è solo una prassi, ma anche un’ideologia. Si tratta di una constatazione all’apparenza banale, che però tanto scontata non è. Un po’ l’infondato timore di nobilitare il fascismo riconoscendogli una visione del mondo, un po’ la facilità del liquidare il fenomeno fascista come reazione feroce attuata da trinariciuti esecutori degli ordini del capitale, fanno si che spesso e volentieri si rinunci ad approfondire ulteriormente la questione.

 

IL FASCISMO COME IDEOLOGIA

Una breve messa a punto dell’ideologia fascista è dunque utile per ragionare dell’attualità o meno dell’antifascismo con qualche elemento in più.
I lavori dello storico israeliano Zeev Sternhell “La destra rivoluzionaria. Le origini francesi del fascismo 1885-1914”, “Nè Destra, nè Sinistra. L’ideologia fascista in Francia”, “Nascita dell’ideologia fascista”, insieme al saggio di George Mosse “Le origini culturali del Terzo Reich” sono, secondo molti storici, i più centrati per delineare i tratti ideologici alla base dei fascismi. Queste opere dimostrano infatti come la conquista del potere da parte dei movimenti fascisti nel periodo tra le due guerre mondiali sia stata preceduta dalla formazione di un consistente corpus teorico ed ideologico, dalla nascita di una vera e propria “cultura fascista” avente radici comuni nei diversi paesi europei.
Confrontando questi studi con “La dottrina del fascismo” scritta da Gentile e Mussolini (pubblicata per la prima volta nell’Enciclopedia Italiana di Scienze, Lettere e Arti del 1932), si può affermare che i punti essenziali, ed a mio avviso, sufficienti, su cui si struttura l’ideologia fascista sono principalmente tre.
1. L’aspirazione a fondere tutto il popolo in una comunità nazionale organica e la conseguente esaltazione dei sentimenti di identità e di appartenenza “tribali” fondati sul sangue, la terra, le tradizioni.2. La negazione del conflitto di classe e la sua sublimazione in un sistema collaborativo basato sulla solidarietà interclassista in nome dell’interesse generale della nazione.3. L’opposizione alle concezioni antropologiche materialiste ed egualitarie in favore delle “naturali” ineguaglianze tra gli uomini ed i popoli.

1. Sulla concezione della comunità organica e del nazionalismo tribale Sternhell, nella sua opera “La destra rivoluzionaria”, mostra come tra la fine del XIX sec. e l’inizio del XX secolo, i settori dell’estremismo di destra più avanzati e radicali compresero che, per incidere sulla moderna società di massa, dovevano in qualche modo rinnovarsi e cercare un rapporto con il popolo. Con precisione puntuale, Sternhell ha descritto questa metamorfosi culturale dall’estrema destra tradizionale ottocentesca al nazionalismo “rivoluzionario” e populista del novecento.
Secondo lo storico israeliano: “il nuovo nazionalismo esprime bene, sin dalla fine dell’ottocento, il diffuso senso di rivolta contro lo spirito della rivoluzione francese. Il fossato che separa Corradini da Mazzini, oppure Barrès, Drumont, Maurras da Michelet, dà la misura della distanza che intercorre tra il nazionalismo giacobino e quello “della terra e dei morti”, secondo la definizione di Barrès, formula sovrapponibile alla versione tedesca “blut und boden”, sangue e suolo.”[iv]
Sternhell accenna solo alla Germania, ma chi volesse approfondire e verificare che anche nel contesto tedesco si assiste nello stesso periodo ad un fenomeno analogo, con la diffusione dell’etno-nazionalismo volkisch, può consultare il già citato “Le origini culturali del Terzo Reich” di George Mosse. Si era, quindi, in presenza di un fenomeno generale su scala europea: la diffusione di un nuovo nazionalismo, agli antipodi di quello che aveva tentato, dalla rivoluzione dell’89 alla Comune, una sintesi tra la “religione della patria” e la “religione dell’umanità”, che considerava la nazione come una comunità organica fondata su criteri di appartenenza tribali e non più una collettività di liberi individui.

2. Ma se è il popolo la sostanza vitale della comunità nazionale fondata sui vincoli del sangue e della tradizione, questo tipo di nazionalismo non può accettare che resti senza soluzione la questione sociale.
Secondo Sternhell, Barrès è uno dei primi a comprendere che un movimento nazionale può esistere solo se è in grado di assicurare l’integrazione di tutti gli strati sociali nel corpo organico della nazione. Marxismo e liberalismo sono movimenti che alimentano il conflitto sociale e favoriscono così la disgregazione dell’unità e della concordia nazionale: non sarebbero quindi altro che due aspetti dello stesso male. È così che fa la sua apparizione quell’ossimoro politico che è il socialismo nazionale.
Come Barrès, che lo precede di vent’anni, anche in Italia Corradini, nel 1910, assume il termine di socialismo nazionale nell’ottica della “solidarietà familiare fra tutte le classi della nazione italiana”.[v]
Pochi anni dopo la nozione di socialismo nazionale emerge con forza nelle elaborazioni teoriche della Konservative Revolution, il possente movimento politico e culturale di orientamento comunitarista, antiprogressista ed antimaterialista che svolse un ruolo importante nella delegittimazione della Repubblica di Weimar.
Nelle ricerche di Sternhell, emerge con estrema chiarezza un tratto fondamentale della nuova sintesi ideologica che condurrà al fascismo: la tendenza di queste componenti della destra radicale a “socializzarsi”. A mutuare forme organizzative, linguaggio, programmi, dall’avversario sociale (il movimento operaio), la sua tendenza a confluire ideologicamente, e per alcuni aspetti anche politicamente, con il proprio antagonista speculare, la sinistra radicale.

Infatti, argomenta Sternhell, “sul piano dell’ideologia, il fascismo rappresenta la sintesi di un nazionalismo organico e tribale con quella revisione volontaristica e anti-materialistica del marxismo iniziata, alla fine del XIX° secolo, da Georges Sorel e dai sorelisti di Francia e d’Italia. Alla nuova sintesi socialista-nazionale, i seguaci di Sorel apportano anche elementi tratti da Proudhon: il culto della guerra, naturalmente, ma anche quello della famiglia (in cui Proudhon vede un’istituzione mistica), dell’indissolubilità del matrimonio, del rispetto della proprietà privata frutto del lavoro” [vi]
Da questa sintesi, che vede confluire nei movimenti fascisti tanto nazionalisti, razzisti, futuristi quanto repubblicani, sindacalisti rivoluzionari ed ex- socialisti massimalisti, deriva la difficoltà di incasellare il fenomeno fascista nelle tradizionale classificazione destra-sinistra. Non a caso la maggioranza dei movimenti della destra radicale hanno quasi sempre rifiutato la collocazione a destra nello scacchiere politico, rivendicando il superamento di destra e sinistra.

3. Per quanto mi riguarda continuo ad essere convinta della collocazione a destra dei fascismi.
Come affermato negli anni trenta dal giurista fascista Carlo Costamagna, direttore durante il regime mussoliniano della rivista “Lo Stato”, “la nazione intesa in senso organico non è un tutto indifferenziato, ma una totalità che ha un alto e un basso in senso qualitativo”.[vii] Il che, va da sè, implica una differenza “naturale” tra gli uomini che compongono la nazione stessa ed una conseguente gerarchia sociale. Secondo Sternhell erano queste le idee di Mussolini fin dal 1918: “il regime che il socialismo nazionale intende instaurare non sarà affatto un regime egualitario, e non darà luogo ad alcuna socializzazione della proprietà. Soltanto un regime fortemente gerarchizzato, che permetta a una potente elite di guidare la società, può rivelarsi capace di condurre la nazione sulla via dello sviluppo. In Italia come in Francia, i soreliani predicavano da tempo dottrine niente affatto dissimili.”[viii]
Insomma i fascismi, anche quelli con maggiori velleità sociali, sono profondamente permeati da una concezione antiegualitaria e gerarchica, quindi di destra. Come spiegato in un mio precedente articolo, reputo la discriminante eguaglianza/diseguaglianza fondamentale per stabilire ciò che sta a destra e ciò che sta a sinistra e per ribadire la validità di queste categorie.

 

I NEO-FASCISTI E LA SVOLTA LEPENISTA DELLA LEGA NORD

Quanto il nazionalismo tribale, una visione “sociale” contraria al conflitto di classe e l’antiegualitarismo, caratterizzino ancora i movimenti apertamente neofascisti e neonazisti come l’NPD tedesco, Alba Dorata in Grecia, Jobbik in Ungheria, Svoboda in Ucraina è evidente. Già di per sé questo dovrebbe essere sufficiente per comprendere che l’antifascismo non può proprio considerarsi superato.

Ma siamo poi così sicuri che solo le formazioni politiche sopracitate possono qualificarsi come fasciste? Non necessariamente i movimenti classificabili come tali rivendicano apertamente l’eredità del fascismo storico, anche perché, nei paesi dell’Europa occidentale, sarebbe politicamente castrante.
In questo senso è emblematico il fenomeno della Nouvelle Droite di Alain de Benoist, ripreso in Italia dai giovani missini del Fronte della Gioventù raccolti attorno a Marco Tarchi. Nei documenti del tempo si possono leggere queste affermazioni: “dobbiamo essere fautori della logica del superamento, basta con anticomunismo ed antifascismo, con le vecchie contrapposizioni che fanno il gioco del sistema. Né destra né sinistra, ma innovatori non inquadrati né inquadrabili in vecchi e logori schemi ideologici”[ix]
“Uscire dal tunnel del fascismo” e superare le categorie di destra e sinistra erano le parole d’ordine della nuova destra dei primi anni ottanta, tant’è che gli atti del convegno del 1982 a Cison di Valmarino, che sancisce il battesimo ufficiale di quella corrente di pensiero in Italia dopo l’espulsione di Tarchi dal Msi, vengono raccolti in un volume intitolato “Al di là della destra e della sinistra”.[x]

 

Anche sulla questione immigrazione-razzismo Alain de Bonoist ha indirettamente fornito i migliori argomenti ai movimenti populisti di destra, con l’invenzione del “differenzialismo”. In pratica, sostiene il principale teorico della nuova destra, si tratta di difendere le differenze tra i popoli contro un mondo che la globalizzazione ha ridotto ad un unico immenso mercato, cancellando le specificità storiche e le tradizioni culturali. Secondo Pierre Taguieff, in realtà, questo “differenzialismo” nasconde il volto del “razzismo postmoderno”: “non si è mai capito che la norma del rispetto delle differenze, lungi dall’incarnare quel fondamentale diritto dell’uomo che è il diritto all’alterità, serve soprattutto a rendere presentabile, se non addirittura rispettabile, l’ossessione del contatto, la fobia della mescolanza, che costituisce il cuore del razzismo. Conservare la distanza culturale significa in primo luogo evitare ogni meticciato, minaccia suprema, presunto motore di un irreversibile declino” .[xi] E ancora, “nell’era attuale, il razzismo si è ricomposto attorno all’elogio della differenza culturale, del culto delle radici e delle identità tradizionali. L’assolutizzazione delle identità culturali si è posta alla base degli appelli all’esclusione dei presunti inassimilabili”.[xii]

Non è un caso, quindi, che il nuovo corso della Lega sia iniziato proprio con una conferenza di Matteo Salvini (allora candidato alle primarie del partito, ma non ancora segretario) con Alain de Benoist, il 2 dicembre 2013 a Milano, dal titolo “La fine della Sovranità. La dittatura del denaro che toglie il potere ai popoli”. Una conferenza in cui “De Benoist attacca senz’altro il Turbocapitalismo, alla pari di molte persone di sinistra, ma lo fa arrivando a dire che questo fenomeno è “sconnesso dall’economia reale” e per superarlo suggerisce di tornare alle comunità locali – suscitando il plauso del pubblico leghista– e ridare potere alle comunità interclassiste di ‘produttori’ (perché è questa, in centoni, la soluzione auspicata dalla Nouvelle Droite). Soluzione che non può che interessare il pubblico leghista, composto da piccoli imprenditori spaventati per gli squilibri creati dalla globalizzazione, e che rivela la natura classista del suo pensiero, che in teoria – con il desiderio di creare una ‘terza via’ tramite nuove sintesi fra valori di destra e di sinistra – supera idealmente le due categorie, ma in concreto si sposta a destra, dal momento che, oltre ad appellarsi a valori ancestrali e tradizionali (…), fa altresì leva su un pubblico radicato in una zona d’Italia (il Nord-Est) composto da un forte tessuto economico-sociale di piccole e medie imprese che, con l’appoggio alla Lega, inizia a percepire la regione come ‘comunità d’interesse dei produttori padani’ (in senso propriamente interclassista) e come ‘comunità etno-culturale’ (una “comunità di lavoro etnicamente coesa”) “.[xiii]

La conferenza Salvini-De Benoist è stata organizzata da il Talebano, un centro culturale che

si propone esplicitamente di essere il think-tank della svolta lepenista della Lega. Animatori del “Talebano” sono Vincenzo Sofo, già responsabile giovanile della Destra di Storace e ora consigliere di zona del Carroccio a Milano, e Fabrizio Fratus, ex dirigente del Fronte della Gioventù e della Fiamma Tricolore, autore del libro “Fascisti su Milano” (un’apologia delle gesta neofasciste milanesi degli anni ’90), da sempre legato agli ex di Avanguardia Nazionale Mimmo Magnetta, Adriano Tilgher e Stefano Delle Chiaie. Anche Diego Fusaro ha partecipato ad un incontro con Fratus dall’eloquente titolo “Oltre la destra e la sinistra. Superare le divisioni amiche del sistema”, organizzato sempre da Il Talebano. “In realtà non ci siamo mai definiti di Destra, anzi, noi crediamo in un superamento della dicotomia destra-sinistra.“ ha rivendicato Vincenzo Sofo, ricalcando esattamente le stesse argomentazioni che i neofascisti più avanzati usavano già quarant’anni fa.

Non sorprende, quindi, che nel programma politico della Lega Nord per le elezioni europee 2014 si trovino affermazioni di questo tipo: “Il mondo è cambiato e con esso il senso della sfida politica. Le vecchie ideologie (“destra” e “sinistra”) ormai sono sorpassate e fuorvianti. La dicotomia oggi è tra mondialismo e identità. Fra gli attori del mondialismo inseriamo con convinzione l’Unione Europea. Questa, in nome di un egualitarismo spacciato per uguaglianza, sta portando avanti una omologazione degli usi e dei costumi, dei modelli sociali, della comunicazione e dei valori, con lo scopo di slegare l’uomo dalla sua comunità, dal popolo di cui è parte. (..)”.[xiv]

CONCLUSIONI

Ricapitolando: 1. identitarismo tribale (e xenofobo) mascherato da difesa delle differenze etno-culturali; 2. elogio della “comunità dei produttori” interclassista insieme a qualche battaglia “sociale” (ad esempio il referendum per l’abolizione della riforma Fornero o il presidio di Salvini al fianco della Fiom per difendere gli operai della Tosi a Legnano); 3. rifiuto dell’egualitarismo. Aggiungeteci in sovrappiù le pulsioni securitarie ed autoritarie e chiedetevi se tutto questo non vi ricorda “qualcosa”. Ai dirigenti di Casa Pound evidentemente “qualcosa” ricorda, tant’è che dopo aver incontrato Salvini, hanno avviato una collaborazione ufficiale con la Lega, prima con il sostegno militante alla candidatura di Borghezio alle scorse europee, poi partecipando con un proprio spezzone al corteo anti-immigrati organizzato dalla Lega il 18 ottobre scorso a Milano, infine fondando “Sovranità”, “un’associazione per chi ama la Nazione e vuole sostenere attivamente le idee di Matteo Salvini”, con l’intento dichiarato di agire nelle prossime tornate elettorali insieme alla Lega al nord e a “Noi con Salvini” al centro-sud.[xv]

Intanto in Francia, “il Front di Marine, cavalcando la crisi dei socialisti e del Front de gauche, coniuga senza alcun problema nazionalismo e ‘socialità’, una forte attenzione alle problematiche sociali e al mondo del lavoro (in chiave ovviamente interclassista) e una critica al mondialismo, che genera squilibri come l’odierna crisi e l’immigrazione, e ha iniziato a puntare tutto, come la Nouvelle Droite, su un nuovo approccio alla definizione di se stessi con slogan “Ni droite, ni gauche, Français!” [xvi]
Insomma, dietro l’ossessione della trasversalità e del superamento di destra e sinistra quasi sempre si nascondono le posizioni della destra più radicale.

Se si considera che il Front National è risultato il partito più votato in Francia alle ultime europee e che la Lega in Italia è data in costante crescita, a me pare proprio di poter affermare che l’antifascismo sia tutt’altro che un residuato storico.

La sola discriminante “costituzionale” che per alcuni sovranisti sarebbe sufficiente per risolvere la questione risulta, invece, troppo debole ed, infatti, non ha impedito che persone ed ambienti che pure si riconoscevano in essa dessero indicazione di voto per la Lega e simpatizzassero per la Le Pen. Peraltro, anche i gruppi che teorizzano un razzismo piuttosto esplicito, come il gruppo di Ar fondato dall’ideologo neonazista Franco Giorgio Freda, sostengono che la battaglia in difesa delle differenze “razziali” dei popoli “non è anticostituzionale, nè contraria alla dichiarazione dei diritti dell’uomo: affermare che i popoli sono differenti significa semplicemente evidenziare la dignità di tutte le razze e il diritto a preservare le loro specificità”.[xvii]

Dunque, fatta eccezione per qualche sparuto gruppo nostalgico, anche gli ambienti più radicali della destra non respingono dichiaratamente la Costituzione, pertanto, per evitare che il sovranismo resti vittima di ambiguità e di nefaste commistioni, la discriminante dirimente resta quella esplicitamente antifascista.
[i] http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&t=70200&highlight
[ii] http://www.lospiffero.com/cronache-marxiane/il-paradosso-dellodierno-antifascismo-16147.html
[iii] http://www.linterferenza.info/editoriali/il-mio-antifascismo/
[iv] Z. Sternhell, La destra rivoluzionaria. Le origini francesi del fascismo 1885-1914, Corbaccio, Milano, 1997, p. 42.
[v] In Z. Sternhell, Nascita dell’ideologia fascista, Baldini e Castoldi, Milano, 2002, p. 23.
[vi] Ivi, p. 19.
[vii] Cfr. C. Costamagna, La dottrina del fascismo, Edizioni di Ar, Padova, vol.1, Padova, 1982, p.106
[viii] Z. Sternhell, Nascita dell’ideologia fascista, p. 303.
[ix] A. Amorese, Fronte della Gioventù. La destra che sognava la rivoluzione: la storia mai raccontata, Eclettica Edizioni, Firenze, 2013, p. 73.
[x] Cfr. Al di là della destra e della sinistra. Atti del convegno «Costanti ed evoluzioni di un patrimonio culturale», Lede, Roma, 1982.
[xi] P.Taguieff, Sulla nuova Destra. Itinerario di un intellettuale atipico, Firenze, Vallecchi, 2003, p. 126.
[xii] Ivi, p. 34.
[xiii] http://www.rivistapaginauno.it/nuova-destra-lega-nord.php
[xiv] http://www.leganord.org/phocadownload/elezioni/europee/Programma%20elettorale%20europee%202014.pdf, p.30.
[xv] http://www.huffingtonpost.it/2015/01/13/sovranita-casa-pound-matteo-salvini_n_6462966.html
[xvi] http://www.rivistapaginauno.it/nuova-destra-front-national.php. Per approfondire i tratti fascisti del programma del Front National rimando, inoltre a questo documento del Front de Gauche: http://www.gauchemip.org/spip.php?article16191
[xvii] F: Ingravalle, L’automa della legge, Edizioni di Ar, Padova, 1999, p. 55.

[Nella foto: Simone di Stefano di Casa Pound tra Adriana Polibortone vicepresidente di Fratelli d’Italia e Borghezio della Lega Nord]

Su posizioni simili, e con una cassa di risonanza decisamente più ampia rispetto agli ambienti “sovranisti”, si trova anche il Movimento 5 Stelle, che ha fatto del superamento  della dicotomia  destra/sinistra e del disinteresse per l’antifascismo un tratto significativo della propria identità politica.
Anche alcuni intellettuali di provenienza marxista, come Costanzo Preve o, quantomeno studiosi di Marx, come Diego Fusaro, hanno più volte sostenuto nei loro scritti l’esaurimento delle categorie destra/sinistra  e l’assurdità dell’antifascismo “in assenza di fascismo”. [Avevamo già avuto modo di criticare le idee di Preve e Fusaro. NdR]
Preve, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, è tornato spesso su queste questioni. Pur ritenendo “integralmente legittima la resistenza antifascista europea, ivi compresa quella italiana”,  considerava “tuttavia chiuso questo episodio storico, e non chiuso in parte, ma chiuso del tutto”. Unica vera grave pecca di Mussolini, secondo Preve, fu la politica di aggressione imperialista e colonialista: “È questo, e praticamente solo questo, che non perdono a Mussolini: l’aggressione ai popoli da colonizzare ed ai vicini che non ci minacciavano né direttamente né indirettamente.”[i] Sulla stessa lunghezza d’onda anche Diego Fusaro: “se per fascismo intendiamo il fascismo storico mussoliniano, esso si è estinto da ormai più di cinquant’anni e non ha senso, dunque, la sopravvivenza dell’-anti alla realtà cui l’-anti si contrapponeva. Se per fascismo intendiamo genericamente la violenza, oggi allora il fascismo è l’economia capitalistica (Fiscal Compact, debito, precariato, ecc.), ossia ciò che gli odierni sedicenti antifascisti accettano in silenzio”.[ii]
Effettivamente, queste argomentazioni avrebbero senso se per fascismo si volesse indicare la sola prassi politica fondata sulla violenza e sulla sopraffazione dell’altro (che si tratti di oppositori politici o popoli da sottomettere); ridurre, però, il fascismo a violenza e politica imperialista/colonialista significa non aver del tutto compreso  i termini della questione.
Di recente, Fabrizio Marchi, in un suo contributo[iii], rispondendo alle argomentazioni di Preve, ha opportunamente sottolineato che il fascismo non è solo una prassi, ma anche un’ideologia. Si tratta di una constatazione all’apparenza banale, che però tanto scontata non è.  Un po’ l’infondato timore di nobilitare il fascismo riconoscendogli una visione del mondo, un po’ la facilità del liquidare il fenomeno fascista come reazione feroce attuata da trinariciuti esecutori degli ordini del capitale, fanno si che spesso e volentieri si rinunci ad approfondire ulteriormente  la questione.
IL FASCISMO COME IDEOLOGIA
 
Una breve messa a punto dell’ideologia fascista è dunque utile per ragionare dell’attualità o meno dell’antifascismo con qualche elemento in più.
I lavori dello storico israeliano Zeev Sternhell La destra rivoluzionaria. Le origini francesi del fascismo 1885-1914“, “Nè Destra, nè Sinistra. L’ideologia fascista in Francia“, “Nascita dell’ideologia fascista“, insieme al saggio di George Mosse “Le origini culturali del Terzo Reich” sono, secondo molti storici,   i più centrati per delineare i tratti ideologici alla base dei fascismi. Queste opere dimostrano infatti come la conquista del potere da parte dei movimenti fascisti nel periodo tra le due guerre mondiali sia stata preceduta dalla formazione di un consistente corpus teorico ed ideologico, dalla nascita di una vera e propria “cultura fascista” avente radici comuni nei diversi paesi europei.
Confrontando questi studi con “La dottrina del fascismo” scritta da Gentile e Mussolini (pubblicata per la prima volta nell’Enciclopedia Italiana di Scienze, Lettere e Arti del 1932), si può affermare che i punti essenziali, ed a mio avviso, sufficienti, su cui si struttura l’ideologia fascista sono principalmente tre.

1.   L’aspirazione a fondere tutto il popolo in una comunità nazionale organica e la conseguente esaltazione dei sentimenti di identità e di appartenenza “tribali” fondati sul sangue, la terra, le tradizioni.2.   La negazione del conflitto di classe e la sua sublimazione in un sistema collaborativo basato sulla solidarietà interclassista in nome dell’interesse generale della nazione.3.   L’opposizione alle concezioni antropologiche materialiste ed egualitarie in favore delle “naturali” ineguaglianze tra gli uomini ed i popoli.

1. Sulla concezione della comunità organica e del nazionalismo tribale Sternhell, nella sua opera “La destra rivoluzionaria”, mostra come tra la fine del XIX sec. e l’inizio del XX secolo, i settori dell’estremismo di destra più avanzati e radicali compresero che, per incidere sulla moderna società di massa, dovevano in qualche modo rinnovarsi e cercare un rapporto con il popolo. Con precisione puntuale, Sternhell ha descritto questa metamorfosi culturale dall’estrema destra tradizionale ottocentesca al nazionalismo “rivoluzionario” e populista del novecento.
Secondo lo storico israeliano: “il nuovo nazionalismo esprime bene, sin dalla fine dell’ottocento, il diffuso senso di rivolta contro lo spirito della rivoluzione francese. Il fossato che separa Corradini da Mazzini, oppure Barrès, Drumont, Maurras da Michelet, dà la misura della distanza che intercorre tra il nazionalismo giacobino e quello “della terra e dei morti”, secondo la definizione di Barrès, formula sovrapponibile alla versione tedesca “blut und boden”, sangue e suolo.[iv]
Sternhell accenna solo alla Germania, ma chi volesse approfondire e verificare che anche nel contesto tedesco si assiste nello stesso periodo ad un fenomeno analogo, con la diffusione dell’etno-nazionalismo volkisch, può consultare il già citato “Le origini culturali del Terzo Reich” di George Mosse. Si era, quindi, in presenza di un fenomeno generale su scala europea: la diffusione di un nuovo nazionalismo, agli antipodi di quello che aveva tentato, dalla rivoluzione dell’89 alla Comune, una sintesi tra la “religione della patria” e la “religione dell’umanità”, che considerava la nazione come una comunità organica fondata su criteri di appartenenza tribali e non più una collettività di liberi individui.
2. Ma se è il popolo la sostanza vitale della comunità nazionale fondata sui vincoli del sangue e della tradizione, questo tipo di nazionalismo non può accettare che resti senza soluzione la questione sociale.
Secondo Sternhell, Barrès è uno dei primi a comprendere che un movimento nazionale può esistere solo se è in grado di assicurare l’integrazione di tutti gli strati sociali nel corpo organico della nazione. Marxismo e liberalismo sono movimenti che alimentano il conflitto sociale e favoriscono così la disgregazione dell’unità e della concordia nazionale: non sarebbero quindi altro che due aspetti dello stesso male. È così che fa la sua apparizione quell’ossimoro politico che è il socialismo nazionale.
Come Barrès, che lo precede di vent’anni, anche in Italia Corradini, nel 1910, assume il termine di socialismo nazionale nell’ottica della “solidarietà familiare fra tutte le classi della nazione italiana”.[v]
Pochi anni dopo la nozione di socialismo nazionale emerge con forza nelle elaborazioni teoriche della Konservative Revolution, il possente movimento politico e culturale di orientamento comunitarista, antiprogressista ed antimaterialista che svolse un ruolo importante nella delegittimazione della Repubblica di Weimar.
Nelle ricerche di Sternhell, emerge con estrema chiarezza un tratto fondamentale della nuova sintesi ideologica che condurrà al fascismo: la tendenza di queste componenti della destra radicale a “socializzarsi”. A mutuare forme organizzative, linguaggio, programmi, dall’avversario sociale (il movimento operaio), la sua tendenza a confluire ideologicamente, e per alcuni aspetti anche politicamente, con il proprio antagonista speculare, la sinistra radicale.
Infatti, argomenta Sternhell, “sul piano dell’ideologia, il fascismo rappresenta la sintesi di un nazionalismo organico e tribale con quella revisione volontaristica e anti-materialistica del marxismo iniziata, alla fine del XIX° secolo, da Georges Sorel e dai sorelisti di Francia e d’Italia. Alla nuova sintesi socialista-nazionale, i seguaci di Sorel apportano anche elementi tratti da Proudhon: il culto della guerra, naturalmente, ma anche quello della famiglia (in cui Proudhon vede un’istituzione mistica), dell’indissolubilità del matrimonio, del rispetto della proprietà privata frutto del lavoro” [vi]
Da questa sintesi, che vede confluire nei movimenti fascisti tanto nazionalisti, razzisti, futuristi quanto repubblicani, sindacalisti rivoluzionari ed ex- socialisti massimalisti, deriva la difficoltà di incasellare il fenomeno fascista nelle tradizionale classificazione destra-sinistra. Non a caso la maggioranza dei movimenti della destra radicale hanno quasi sempre rifiutato la collocazione a destra nello scacchiere politico, rivendicando il superamento di destra e sinistra.
3. Per quanto mi riguarda continuo ad essere convinta della collocazione a destra dei fascismi.
Come affermato negli anni trenta dal giurista fascista Carlo Costamagna, direttore durante il regime mussoliniano della rivista “Lo Stato”, “la nazione intesa in senso organico non è un tutto indifferenziato, ma una totalità che ha un alto e un basso in senso qualitativo.[vii] Il che, va da sè, implica una differenza “naturale” tra gli uomini che compongono la nazione stessa ed una conseguente gerarchia sociale. Secondo Sternhell erano queste le idee di Mussolini fin dal 1918: “il regime che il socialismo nazionale intende instaurare non sarà affatto un regime egualitario, e non darà luogo ad alcuna socializzazione della proprietà. Soltanto un regime fortemente gerarchizzato, che permetta a una potente elite di guidare la società, può rivelarsi capace di condurre la nazione sulla via dello sviluppo. In Italia come in Francia, i soreliani predicavano da tempo dottrine niente affatto dissimili.[viii]
Insomma i fascismi, anche quelli con maggiori velleità sociali, sono profondamente permeati da una concezione antiegualitaria e gerarchica, quindi di destra. Come spiegato in un mio precedente articolo, reputo la discriminante eguaglianza/diseguaglianza fondamentale per stabilire ciò che sta a destra e ciò che sta a sinistra e per ribadire la validità di queste categorie.
I NEO-FASCISTI E LA SVOLTA LEPENISTA DELLA LEGA NORD
 
Quanto il nazionalismo tribale, una visione “sociale” contraria al conflitto di classe e l’antiegualitarismo, caratterizzino ancora i movimenti apertamente neofascisti e neonazisti come l’NPD tedesco, Alba Dorata in Grecia,Jobbik in Ungheria, Svoboda in Ucraina è evidente. Già di per sé questo dovrebbe essere sufficiente per comprendere che l’antifascismo non può proprio considerarsi superato.
Ma siamo poi così sicuri che solo le formazioni politiche sopracitate possono qualificarsi come fasciste?  Non necessariamente i movimenti classificabili come tali rivendicano apertamente l’eredità del fascismo storico, anche perché, nei paesi dell’Europa occidentale, sarebbe politicamente castrante.
In questo senso è emblematico il fenomeno della Nouvelle Droite di Alain de Benoist, ripreso in Italia dai giovani missini del Fronte della Gioventù raccolti attorno a Marco Tarchi. Nei documenti del tempo si possono leggere queste affermazioni: “dobbiamo essere fautori della logica del superamento, basta con anticomunismo ed antifascismo, con le vecchie contrapposizioni che fanno il gioco del sistema. Né destra né sinistra, ma innovatori non inquadrati né inquadrabili in vecchi e logori schemi ideologici[ix]
“Uscire dal tunnel del fascismo” e superare le categorie di destra e sinistra erano le parole d’ordine della nuova destra dei primi anni ottanta, tant’è che gli atti del convegno del 1982 a Cison di Valmarino, che sancisce il battesimo ufficiale di quella corrente di pensiero in Italia dopo l’espulsione di Tarchi dal Msi, vengono raccolti in un volume intitolato “Al di là della destra e della sinistra“.[x]
Anche sulla questione immigrazione-razzismo Alain de Bonoist ha  indirettamente fornito i migliori argomenti ai movimenti populisti di destra, con l’invenzione del “differenzialismo”. In pratica, sostiene il principale teorico della nuova destra, si tratta di difendere le differenze tra i popoli contro un mondo che la globalizzazione ha ridotto ad un unico immenso mercato, cancellando le specificità storiche e le tradizioni culturali. Secondo Pierre Taguieff, in realtà, questo “differenzialismo” nasconde il volto del “razzismo postmoderno”: “non si è mai capito che la norma del rispetto delle differenze, lungi dall’incarnare quel fondamentale diritto dell’uomo che è il diritto all’alterità, serve soprattutto a rendere presentabile, se non addirittura rispettabile, l’ossessione del contatto, la fobia della mescolanza, che costituisce il cuore del razzismo. Conservare la distanza culturale significa in primo luogo evitare ogni meticciato, minaccia suprema, presunto motore di un irreversibile declino” .[xi] E ancora, “nell’era attuale, il razzismo si è ricomposto attorno all’elogio della differenza culturale, del culto delle radici e delle identità tradizionali. L’assolutizzazione delle identità culturali si è posta alla base degli appelli all’esclusione dei presunti inassimilabili”.[xii]
Non è un caso, quindi, che il nuovo corso della Lega sia iniziato proprio con una conferenza di Matteo Salvini (allora candidato alle primarie del partito, ma non ancora segretario) con Alain de Benoist, il 2 dicembre 2013 a Milano, dal titolo “La fine della Sovranità. La dittatura del denaro che toglie il potere ai popoli”. Una conferenza in cui “De Benoist attacca senz’altro il Turbocapitalismo, alla pari di molte persone di sinistra, ma lo fa arrivando a dire che questo fenomeno è “sconnesso dall’economia reale” e per superarlo suggerisce di tornare alle comunità locali – suscitando il plauso del pubblico leghista– e ridare potere alle comunità interclassiste di ‘produttori’ (perché è questa, in centoni, la soluzione auspicata dalla Nouvelle Droite). Soluzione che non può che interessare il pubblico leghista, composto da piccoli imprenditori spaventati per gli squilibri creati dalla globalizzazione, e che rivela la natura classista del suo pensiero, che in teoria – con il desiderio di creare una ‘terza via’ tramite nuove sintesi fra valori di destra e di sinistra – supera idealmente le due categorie, ma in concreto si sposta a destra, dal momento che, oltre ad appellarsi a valori ancestrali e tradizionali (…), fa altresì leva su un pubblico radicato in una zona d’Italia (il Nord-Est) composto da un forte  tessuto economico-sociale di piccole e medie imprese che, con l’appoggio alla Lega, inizia a percepire la regione come ‘comunità d’interesse dei produttori padani’ (in senso propriamente interclassista) e come ‘comunità etno-culturale’ (una “comunità di lavoro etnicamente coesa”) “.[xiii]
La conferenza Salvini-De Benoist è stata organizzata da il Talebano, un centro culturale che

si propone esplicitamente di essere il think-tank della svolta lepenista della Lega. Animatori del “Talebano” sono Vincenzo Sofo, già responsabile giovanile della Destra di Storace e ora consigliere di zona del Carroccio a Milano, e Fabrizio Fratus, ex dirigente del Fronte della Gioventù e della Fiamma Tricolore, autore del libro “Fascisti su Milano” (un’apologia delle gesta neofasciste milanesi degli anni ’90), da sempre legato agli ex di Avanguardia Nazionale Mimmo Magnetta, Adriano Tilgher e Stefano Delle Chiaie.  Anche Diego Fusaro ha partecipato ad un incontro con Fratus dall’eloquente titolo “Oltre la destra e la sinistra. Superare le divisioni amiche del sistema”, organizzato sempre da Il Talebano. “In realtà non ci siamo mai definiti di Destra, anzi, noi crediamo in un superamento della dicotomia destra-sinistra.“ ha rivendicato Vincenzo Sofo, ricalcando esattamente le stesse argomentazioni che i neofascisti più avanzati usavano già quarant’anni fa.

Non sorprende, quindi, che nel programma politico della Lega Nord per le elezioni europee 2014 si trovino affermazioni di questo tipo: “Il mondo è cambiato e con esso il senso della sfida politica. Le vecchie ideologie (“destra” e “sinistra”) ormai sono sorpassate e fuorvianti. La dicotomia oggi è tra mondialismo e identità. Fra gli attori del mondialismo inseriamo con convinzione l’Unione Europea. Questa, in nome di un egualitarismo spacciato per uguaglianza, sta portando avanti una omologazione degli usi e dei costumi, dei modelli sociali, della comunicazione e dei valori, con lo scopo di slegare l’uomo dalla sua comunità, dal popolo di cui è parte. (..)”.[xiv]
 
CONCLUSIONI
 
Ricapitolando: 1. identitarismo tribale (e xenofobo) mascherato da difesa delle differenze etno-culturali; 2. elogio della “comunità dei produttori” interclassista insieme a qualche battaglia “sociale” (ad esempio il referendum per l’abolizione della riforma Fornero o il presidio di Salvini al fianco della Fiom per difendere gli operai della Tosi a Legnano); 3. rifiuto dell’egualitarismo. Aggiungeteci in sovrappiù le pulsioni securitarie ed autoritarie e chiedetevi se tutto questo non vi ricorda “qualcosa”. Ai dirigenti di Casa Pound evidentemente “qualcosa” ricorda, tant’è che dopo aver incontrato Salvini, hanno avviato una collaborazione ufficiale con la Lega, prima con il sostegno militante alla candidatura di Borghezio alle scorse europee, poi partecipando con un proprio spezzone al corteo anti-immigrati organizzato dalla Lega il 18 ottobre scorso a Milano, infine fondando “Sovranità”, “un’associazione per chi ama la Nazione e vuole sostenere attivamente le idee di Matteo Salvini”, con l’intento dichiarato di agire nelle prossime tornate elettorali insieme alla Lega al nord e a “Noi con Salvini” al centro-sud.[xv]
 
Intanto in Francia, “il Front di Marine, cavalcando la crisi dei socialisti e delFront de gauche, coniuga senza alcun problema nazionalismo e ‘socialità’, una forte attenzione alle problematiche sociali e al mondo del lavoro (in chiave ovviamente interclassista) e una critica al mondialismo, che genera squilibri come l’odierna crisi e l’immigrazione, e ha iniziato a puntare tutto, come la Nouvelle Droite, su un nuovo approccio alla definizione di se stessi con slogan “Ni droite, ni gauche, Français!” [xvi]
Insomma, dietro l’ossessione della trasversalità e del superamento di destra e sinistra quasi sempre si nascondono le posizioni della destra più radicale.
Se si considera che il Front National è risultato il partito più votato in Francia alle ultime europee e che la Lega in Italia è data in costante crescita, a me pare proprio di poter affermare che l’antifascismo sia tutt’altro che un residuato storico.
La sola discriminante “costituzionale” che per alcuni sovranisti sarebbe sufficiente per risolvere la questione risulta, invece, troppo debole ed, infatti, non ha impedito che persone ed ambienti che pure si riconoscevano in essa dessero indicazione di voto per la Lega e simpatizzassero per la Le Pen. Peraltro, anche i gruppi che teorizzano un razzismo piuttosto esplicito, come il gruppo di Arfondato dall’ideologo neonazista Franco Giorgio Freda, sostengono che la battaglia in difesa delle differenze “razziali” dei popoli “non è anticostituzionale, nè contraria alla dichiarazione dei diritti dell’uomo: affermare che i popoli sono differenti significa semplicemente evidenziare la dignità di tutte le razze e il diritto a preservare le loro specificità“.[xvii]
Dunque, fatta eccezione per qualche sparuto gruppo nostalgico, anche gli ambienti più radicali della destra non respingono dichiaratamente la Costituzione, pertanto, per evitare che il sovranismo resti vittima di ambiguità e di nefaste commistioni, la discriminante dirimente resta quella esplicitamente antifascista.

[i] http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&t=70200&highlight
[ii] http://www.lospiffero.com/cronache-marxiane/il-paradosso-dellodierno-antifascismo-16147.html
[iii] http://www.linterferenza.info/editoriali/il-mio-antifascismo/
[iv] Z. Sternhell, La destra rivoluzionariaLe origini francesi del fascismo 1885-1914, Corbaccio, Milano, 1997, p. 42.
[v]  In Z. Sternhell, Nascita dell’ideologia fascista, Baldini e Castoldi, Milano, 2002, p. 23.
[vi] Ivi, p. 19.
[vii] Cfr. C. Costamagna, La dottrina del fascismo, Edizioni di Ar, Padova, vol.1, Padova, 1982, p.106
[viii] Z. Sternhell, Nascita dell’ideologia fascista, p. 303.
[ix] A. Amorese, Fronte della GioventùLa destra che sognava la rivoluzione: la storia mai raccontata, Eclettica Edizioni, Firenze, 2013, p. 73.
[x] Cfr. Al di là della destra e della sinistra. Atti del convegno «Costanti ed evoluzioni di un patrimonio culturale», Lede, Roma, 1982.
[xi] P.Taguieff, Sulla nuova Destra. Itinerario di un intellettuale atipico, Firenze, Vallecchi, 2003, p. 126.
[xii]  Ivi, p. 34.
[xiii] http://www.rivistapaginauno.it/nuova-destra-lega-nord.php
[xv] http://www.huffingtonpost.it/2015/01/13/sovranita-casa-pound-matteo-salvini_n_6462966.html
[xvi] http://www.rivistapaginauno.it/nuova-destra-front-national.php. Per approfondire i tratti fascisti del programma del Front National  rimando, inoltre a questo documento del Front de Gauche: http://www.gauchemip.org/spip.php?article16191
[xvii] F: Ingravalle, L’automa della legge, Edizioni di Ar, Padova, 1999, p. 55.