Contro il proibizionismo, contro il narcocapitalismo, costruiamo l’indipendenza

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Questo testo vuole essere una presa di parola comune di noi, comunità sociali dei Centri sociali e degli spazi liberati, per riprendere il dibattito e l’iniziativa politica al livello imposto dalla crisi di sistema in corso: o sei soluzione o non sei.

 
28 / 2 / 2014

da globalproject

Partiamo da un dato. La presenza delle droghe non può essere eliminata dalla società: si tratta di un’evidenza non italiana, ma chiaramente globale, come viene dimostrato dai cambiamenti legislativi introdotti in Paesi anche più proibizionisti e capitalisti (pensiamo al Colorado) che registrano questo fenomeno e lo agiscono in favore di un ritorno economico . Invece nella retrograda Italia, almeno negli ultimi anni, abbiamo visto come è stata affrontata la questione delle sostanze stupefacenti: marginalizzazione, etichettamento e carcerizzazione.

Il proibizionismo ha fallito e difenderlo significa solo due cose: essere poliziotti o tutelare l’interesse delle tante mafie, spesso ben inserite e colluse con i poteri politici

Dopo anni di proibizionismo, è evidente quanto l’assunto che sia possibile una società senza droghe non solo risulti falso, ma abbia sempre fatto parte degli argomenti retorici strumentalmente utilizzati dal capitalismo per ridisegnare le mappe delle città.

Siamo comunità sociali che vivono la quotidianità degli spazi liberati, nei quali si ibridano vita collettiva e scelte individuali, nei quali i confini tra ciò che è decisione interna ai collettivi di gestione e il flusso di vita che attraversa non è mai lineare e ci pone delle sfide.

Proviamo a esprimere il nostro punto di vista come attivisti, come soggettività politiche che vivono in spazi liberati che pensano a cambiare l’esistente ed è proprio a partire dal nostro essere di parte che muoviamo una critica differenziata a sostanze e tipi di consumo.

Siamo a favore della coltivazione della cannabis, della sua produzione, del suo uso e della sua vendita perché si tratta di una sostanza differente da tutte le altre come è stato scientificamente dimostrato . Ovviamente sappiamo che, come tutte le merci, il suo uso  produce anche effetti dannosi di lieve entità.

Questo perché in questi ultimi anni la parificazione tra droghe pesanti e leggere ha prodotto un accanimento del poteri politico e giudiziario contro l’uso e la coltivazione della cannabis, escludendo qualunque possibilità di approfondimento circa gli eventuali danni per la salute. Per ora ci basta sapere che nessuno è mai morto per aver fumato spinelli e soprattutto che non esiste nessuna consequenzialità fra il consumo di cannabis e quello di eroina.

I nodi da sciogliere risiedono altrove:  nella connessione fra il commercio di marijuana e i profitti delle narcomafie; nell’equiparazione fra droghe leggere e pesanti che ha causato un aumento dello spaccio e dell’utilizzo delle sostanze pesanti, parificandone i rischi; nella criminale disinformazione spacciata alle nuove generazioni che si vorrebbe spaventare con lo spauracchio dei “buchi nel cervello” prodotti dalla cannabis.

L’autoproduzione è quindi oggi uno strumento di conflitto contro il capitale, contro le narcomafie e, in futuro, potrebbe esserlo anche contro un eventuale monopolio di stato. Se oggi si tratta di un comportamento illegale rivendicheremo il diritto all’illegalità diffusa perché essa ha a che fare con i diritti di milioni di persone.

Autoproduzione significa autonomia, indipendenza, qualità, reddito e un ritorno alle tradizioni contadine. Attualizzare la festa della semina per questa primavera è un’azione che si inscrive a pieno titolo in quello che è oggi la lotta al capitalismo che si nutre di agrobusinnes, ogm e devastazione della natura in nome del mercato.

Le mafie e il capitale concorrono a valorizzarsi nella produzione e distribuzione delle sostanze: miliardi di euro, infatti, sono il flusso che si estrae da esse, lasciando sul terreno polizia  e degrado (duali e speculari, dove vi è uno vi è l’altro, più dell’uno vuol dire più dell’altro) carcere e legislazione emergenziale che hanno generato la messa in stato di detenzione (spesso cautelare in case di reclusione circondariale che sono camere di tortura) di decine di migliaia di precari e precarie. Alcuni sono morti, molti altri sono stati distrutti in quel circuito terrificante che lega monopolio del narcocapitalismo sulle sostanze e violenza degli apparati statali, migliaia sono oggetto di dispositivi di controllo sociale pesantissimo a seguito dell’etichettamento come devianti.

C’è talmente tanta contestualità tra sostanze e vita sociale che il loro controllo è diventato un gigantesco campo di valorizzazione ed accumulazione per il tardo­capitalismo nell’era della crisi fino a coniare il neologismo di narcocapitalismo. Per questo piantarla oggi è anticapitalismo, libertà e democrazia.

Sulle altre droghe. Vogliamo vivere in città sicure ossia dove i consumatori siano tutelati e i servizi messi nelle condizioni di fare il loro lavoro al meglio. Vorremmo città dove le persone non muoiano per droga e i rischi ridotti al minimo. Questa è una questione di civiltà. Questa deve essere la battaglia di chi nella società si sporca le mani su questo tema lavorando in condizioni sempre più  avverse . Come scriveva don Gallo, “i fenomeni non possono essere eliminati, ma vanno governati”, mentre marginalizzazione e carcerizzazione producono solo danni.  Anche per questo saremo a Genova alla Conferenza sulle droghe, insieme a tutte quelle persone che vogliono capire come cambiare politica sulle droghe e quali siano le condizioni migliori per poterlo fare. Saremo, come sempre, con loro per ascoltare, imparare e contaminarci.

Ma vorremmo essere molto chiari: siamo soggettività politiche, uomini e donne che stanno insieme per cambiare il mondo e pensiamo che una riflessione (di parte perché strettamente legata ai contesti nei quali viviamo) sull’uso delle altre sostanze nei nostri spazi e nelle nostre comunità  sia doverosa.

Partiamo però da una precisazione: non ci interessa parlare di quella minoranza che si ritrova nell’uso ludico e non problematico delle sostanze pesanti. Il consumo consapevole, oltre a essere stato messo in discussione, è minoritario e soprattutto elemento non decisivo, cosi come la riproposizione sterile delle street parade come sono state pensate fino all’ultima manifestazione romana. Pensiamo che il consumo problematico o la dipendenza, soprattutto laddove si manifestino nei nostri spazi – ad essi mai incolumi – e nei contesti sociali nei quali viviamo non vadano accettati passivamente.

Eroina e cocaina, uniche sostanze a non sparire mai dal mercato, hanno a che fare con determinate passioni – egoismo, nichilismo, individualismo,corruttibilità – lontane da chi vive il desiderio di cambiare il mondo e dall’etica delle comunità ribelli. Per questo faremo di tutto per tenerle lontane dai nostri spazi.

Contemporaneamente, è fondamentale lottare affinché la gente smetta di morire o ammalarsi negli angoli bui delle città e della società: è imprescindibile come elemento che rientra nel diritto alla città da rivendicare anche per quelle soggettività che vengono ghettizzate o relegate ai margini, per chiudere con le retoriche securitarie che mirano solamente a cancellare, nascondere o normalizzare i comportamenti difformi.

Le altre sostanze come l’ecstacy e l’mdma hanno avuto molto a che fare con il fenomeno rave e con le discoteche,  sono sostanze pericolose sopratutto perché è difficile conoscerne la composizione chimica. In più è evidente quanto il loro consumo consapevole sia stato un miraggio di fronte alle migliaia di consumatori che non sono stati in grado di gestirlo. Qualcuno a causa  della mancanza di controllo sulla composizione è anche morto.  E anche per questo è doveroso pretendere che nelle città si censiscano le centinaia di veleni che vengono adoperati nelle droghe sintetiche e rendere legittima l’autoanalisi.

La lotta alla cannabis nelle scuole è diventato lo spauracchio agitato da presidi manager e questori : la Fini-Giovanardi ha creato un clima per cui soprattutto le scuole sono diventate un laboratorio di repressione, producendo dinamiche totalmente contrarie a quelli che dovrebbero essere luoghi della formazione, della crescita e dello sviluppo di pensiero critico. Alla conoscenza, infatti, si sono sostituiti controllo e punizione, come dimostra la presenza costante dei cani nelle scuole: cacciare loro e i loro padroni ha a che fare con la libertà, la democrazia, la formazione e la crescita.

E’ una questione di civiltà esigere un indulto per i reati senza vittime: un tale provvedimento riguarderebbe la stragrande maggioranza delle persone colpite penalmente da due leggi liberticide che hanno affollato le carceri italiane in questi anni, la (ex) legge Fini Giovanardi e la Bossi-Fini sull’immigrazione clandestina.

E’ una questione di civiltà pretendere  un’amnistia immediata in luogo della revisione dei processi risultati di una normativa illegittima e la depenalizzazione di ogni consumo.

Importante è saper connettere e capire che la repressione attuata in tema droghe è un laboratorio anche per gli altri ambiti, come, ad esempio, per punire il conflitto sociale.

Il dibattito aperto anche grazie alla cancellazione della Fini-Giovanardi è tutt’altro che secondario, perché quando affrontiamo il tema delle sostanze parliamo di  una  prospettiva  decisiva  di critica  politica  al  comando sulle nostre vite e sulle nostre città!

Parliamo di una faccenda che riguarda milioni di persone solo nostro paese.

Organizziamoci: vogliamo essere parte della soluzione.

Centri Sociali delle Marche

Centri Sociali del Nord-Est

Coalizione dei Centri Sociali Emilia Romagna