In Germania la cultura dello stupro non è stata importata: è sempre esistita

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Di Stefanie Lohaus e Anne Wizorek, 7 gennaio 2016

Durante la notte di Capodanno nella zona tra la stazione e il duomo di Colonia, in Germania, decine di donne sono state aggredite e molestate. Visto tutto quello che si è scritto in queste ore, e senza voler sminuire la gravità dei fatti, abbiamo deciso di tradurre un articolo uscito su VICE Germania in cui l’episodio viene inserito in un contesto più ampio. L’articolo è qui riproposto in versione editata.

I fatti di Colonia lasciano tutti senza parole, questo è certo. Ma in Germania le persone più consapevoli sono già da tempo furiose per la diffusione della cosiddetta cultura dello stupro. Parlare della violenza di Capodanno come di un evento singolare in una Germania altrimenti “buona” è una cosa assurda, forse una delle più esagerate che sia stata riportata in merito alla faccenda. Improvvisamente tutti parlano di rape culture—intendendola come un fenomeno che viene da altri paesi, perché tutti i testimoni sentiti dalla polizia hanno parlato di uomini che sembravano “arabi” o “nordafricani”, insomma non uomini bianchi. Il sindacato della polizia tedesca ha dichiarato che è “improbabile” riuscire a dimostrare reati “individuali e in termini concreti,” e che è perciò incerto se “nel caso delle aggressioni di Colonia si possa arrivare anche solo a una condanna.”

Che la società e le istituzioni non siano in grado di proteggere le vittime e individuare i colpevoli non è una novità, e non dipende certo dal fatto che in Germania la rape culture—ovvero la diffusione e la tolleranza all’interno della società della violenza sessuale—non sia già radicata: in effetti, la rape culture esiste da tempo in Germania.

A ogni grande evento come l’Oktoberfest, violenze sessuali e stupri non mancano: “Il solo tragitto verso il bagno diventa una sfida. Uomini sconosciuti che cercano di abbracciarti, pacche sul sedere, tentativi di alzarti la gonna e una pinta versata di proposito nella scollatura sono il bilancio di soli 30 metri,” scrivevano Karoline Beisel e Beate Wild nel 2011 sulla Suddeutschen Zeitung. E continuavano, “Se reagisci in modo scontroso, ti danno della ‘troia’ o peggio.” In media a ogni Oktoberfest vengono denunciati dieci stupri—e si dice che quelli non denunciati arrivino anche a 200.

Insulti, molestie sui mezzi pubblici, pedinamenti fino alla porta di casa, stupri da parte di amici di famiglia o la polizia che non crede a chi li denuncia: con l’hashtag #aufschrei [traducibile come “urlo”] moltissime persone hanno condiviso le proprie esperienze. Ma cosa rispondeva allora la destra conservatrice? Che erano solo uomini un po’ impediti e incompresi che tentavano l’approccio e che le donne non dovevano prendersela così tanto—anzi, dovevano prenderlo come un complimento.

L’hashtag #aufschrei non è stato solo una risposta all’articolo uscito sulla rivista Stern sul modo sessista in cui il politico Rainer Brüderle aveva trattato una giornalista. Era una campagna di denuncia del sessismo nel quotidiano e delle molestie sessuali. Era una liberazione, l’opportunità di parlare finalmente di cose che altrimenti sono tabù, o che addirittura stanno diventando la normalità. Molti hanno sostenuto che #aufschrei fosse un attacco diretto al politico, mentre è proprio quello che dovremmo fare tutti i giorni: far sentire sempre la nostra voce contro il sessismo, le violenze sessuali quotidiane, e sul fatto che abbiamo un problema radicato di cui ci ostiniamo a non parlare.

LA SITUAZIONE IN GERMANIA

L’hashtag non fa che confermare quanto dicono le statistiche. Secondo uno studio, nel 2004 10mila donne tedesche sono state vittime di molestie e il 13 percento delle donne, ad oggi, ha vissuto un’esperienza di questo tipo. E cosa ancora più scandalosa: solo tra il cinque e l’otto percento di queste donne hanno denunciato i fatti alla polizia. Ciò significa che il 95 percento delle donne che subiscono violenze non sporgono denuncia. Ma non è una scelta di pudore; le vittime vanno incontro a rischi seri nel momento in cui denunciano i fatti. Spesso vengono accusate di essere delle bugiarde. È una dinamica piuttosto evidente, dato che nell’87 percento dei casi i processi si risolvono con un’assoluzione.

Il motivo risiede nell’articolo 177 del codice penale, per cui per pronunciare una condanna bisogna prendere in considerazione anche il comportamento della vittima. Affinché il colpevole sia condannato, la vittima deve provare di aver opposto resistenza. Uno schema assurdo, basato su idee perverse del come e del perché si possa esercitare violenza. Così, la paralisi causata dallo shock può diventare il motivo per cui una condanna non viene emessa. Per capire quanto sia ridicolo, basta immaginare questa legge applicata al furto. “Siamo spiacenti, non hai stretto abbastanza la borsa, è colpa tua.” La proposta del sindaco di Colonia Henriette Reker che le donne debbano tenersi a un braccio di distanza dagli sconosciuti è un po’ la stessa cosa.

http://www.vice.com/it/read/aggressione-donne-colonia-capodanno-639