Un primo commento al risultato delle elezioni tedesche

La pallida madre di noi tutti

Vittoria della Merkel e Grosse Koalition: dalla Germania il segnale di una nuova fase nella governance della crisi in Europa

di Erasmus Da Wolfenbuettel da Global project.info
23 / 9 / 2013

 

Die Ausgebeuteten

Zeigen mit Fingern auf dich, aber

Die Ausbeuter loben das System

Das in deinem Hause ersonnen wurde!

Bertold Brecht, Deutschland

Partiamo intanto dai dati definitivi del voto per il rinnovo del Bundestag (la Camera bassa del parlamento tedesco, mentre il Bundesrat, con competenze diversificate, è composto dai rappresentanti dei Laender, le regioni-stato della Repubblica federale).

L’Union delle democristiane CDU e CSU bavarese, guidate dalla cancelliera uscente Angela Merkel, ottiene il 41,5 per cento dei suffragi con una crescita del 7,7 % rispetto al voto del 2009. La socialdemocrazia, guidata dal candidato SPD Peer Steinbrueck, guadagna solo il 2,7 per cento su quattro anni fa raggiungendo il 25,7 %. Quasi a pari merito Die Linke (partito della sinistra che raccoglie gli ex PDS dell’Est, la scissione dall’SPD di Oskar Lafontaine e varie piccole formazioni socialiste e comuniste) all’8,6 e i Gruenen/Buendnis90 (i verdi) all’8,4 per cento, ma entrambe le formazioni calano sul 2009, rispettivamente del 3,3 e del 2,3 %. Fuori dal parlamento, in virtù della soglia di sbarramento fissata al cinque per cento, tutti gli altri: la FDP (i liberali già alleati della Merkel, nel Bundestag dal 1949) al 4,8 % con una perdita secca del 9,8 per cento, gli “euro-scettici” di Alternative fuer Deutschland (AfD) che, al loro debutto, si fermano al 4,7 %, i Piraten che restano al 2,2 per cento e tutto il resto (formazioni neonaziste comprese) che nel complesso non supera il 4,1%.

Significativa la ripartizione dei seggi: su un totale di 630, con 311 parlamentari la Union della Merkel sfiora ma non raggiunge la maggioranza assoluta, quella che le avrebbe consentito di governare da sola per i prossimi quattro anni. Maggioranza che, paradossalmente, sulla carta un’immaginaria coalizione tra SPD (192 seggi ottenuti), Linke (64) e Gruenen (63) avrebbe. Immaginaria, appunto, perché la politica è molto diversa dalla matematica. E l’esito politico inevitabile del voto di ieri, con la nitida vittoria della Kanzlerin Merkel, sarà quello della formazione di una Grosse Koalition tra CDU-CSU e socialdemocratici.

Ma se veniamo allora alla lettura politica del risultato, la Merkel che vince è ben altra rispetto alla “cancelliera di ferro” di quattro anni fa. Senza perifrasi, il settimanale Spiegel parlava nei giorni scorsi di “slittamento a sinistra” nei temi e nei programmi di tutta la campagna elettorale. I liberali, ex alleati di governo, sono cancellati dalla rappresentanza parlamentare proprio perché rimasti, da soli, a difendere ad oltranza le politiche di austerity. Questo mentre la Merkel, unica tra i capi di governo uscenti nell’Europa investita dalla crisi, non solo non viene bocciata dagli elettori, ma registra un aumento generale della partecipazione al voto, cresce nei propri consensi, contiene e surclassa la ripresa dell’SPD. Al centro delle proposte della cancelliera, negli ultimi mesi stanno misure che, con una certa approssimazione, definiremmo “neo-neo-keynesiane”, “europeiste” ed “eco-sostenibili”: definizione della garanzia di un salario minimo; rilancio di misure di welfare a favore di sotto- e dis-occupati e della riproduzione sociale delle famiglie; allentamento della morsa nei confronti dei paesi del Sud Europa, nel quadro di una forte opzione per l’integrazione continentale; superamento del nucleare e rilancio della produzione energetica da fonti rinnovabili.

Sono già gli elementi di programma di una Grosse Koalition che si candida a guidare la governance non solo della Germania, ma dell’Europa intera. In terra tedesca è la risposta a crescenti difficoltà, interne ed esterne. Da una parte, l’attacco al Welfare, iniziato strutturalmente con le riforme rosso-verdi al mercato del lavoro e alle misure di protezione sociale, ha prodotto precarizzazione e impoverimento diffusi in settori della popolazione un tempo garantiti. Dall’altra, il rallentamento della crescita nelle economie emergenti e gli effetti dei “sacrifici” nel resto d’Europa hanno ridotto gli spazi di mercato per una macchina produttiva tedesca, la cui manifattura altamente qualificata prospera essenzialmente sull’export.

Il ceto politico dirigente tedesco (quello democristiano e, in subordine, quello socialdemocratico) è, letteralmente, lungimirante. Ha cioè lo sguardo proiettato più lontano di quelle “caste” italiche e mediterranee esclusivamente interessate alla propria sopravvivenza. Ed è allora consapevole della necessità strategica di giocare sulla “coesione sociale”, di ridistribuire qualche briciola di ricchezza dando ossigeno ai redditi della maggioranza, per poter prevenire e neutralizzare i conflitti, rilanciare il mercato interno e provare a ricostruire un mercato europeo dei consumi.

Così, per sfuggire alla spirale austerity-recessione-declino che la stessa propria precedente gestione della crisi aveva fin qui avviato. Ovviamente, senza mettere in alcun modo in discussione né gli assetti del finanz-capitalismo (e dell’ineguale, smisurata polarizzazione della ricchezza che i dispositivi della rendita hanno generato e continuano a riprodurre), né gli assetti post-democratici della governance europea, che anzi l’esito del voto in Germania conferma.

Il resto, sul terreno della rappresentanza istituzionale, è o rischia di essere “rumore di fondo”. Vale per l’annunciata ondata “euro-scettica”, così come per il bluff del “partito pirata”. Ma rischia di valere, a diverso titolo, per le due opzioni alternative che restano in campo e che pure dimostrano un certo radicamento: quella ambientalista e quella post-comunista. Ostaggi entrambe delle proprie certezze pre-crisi, sono lì a confermare che lo spazio dell’alternativa è quello del conflitto sociale e dei movimenti costituenti. In Germania e a casa nostra. In Europa.

Qui, in questa terra “pallida madre” di noi tutti che, come ci ricorda il Poeta, “gli sfruttati [ti] mostrano a dito, ma gli sfruttatori lodano il sistema che in casa tua è stato escogitato!”