Causa Usa a Standard & Poor’s, Obama ci scavalca a “sinistra”: e adesso?

[ 6 febbraio 2013 ]

Alessandro Farulli

E’ proprio il caso di dire che il presidente Barack Obama nell’affrontare la più grande cresi dal 29′ ad oggi abbia preso il toro per le corna. La notizia che il dipartimento di Giustizia Usa ha fatto causa per oltre 5 miliardi di dollari alla società di rating Standard & Poor’s, proprio con l’accusa di aver valutato in modo errato i mutui alla base dei derivati finanziari che fecero esplodere la crisi del 2007, è di quelle per certi versi epocali. Lo è per almeno due buone ragioni, che peraltro nulla o quasi hanno a che fare con l’esito della causa in corso.

Il primo è che ancora una volta la più significativa risposta alle distorsioni del capitalismo arriva dal più grande Paese capitalista al mondo. Un paragone, anche grossolano, con quanto l’Ue ha fatto per far pagare i danni della crisi a chi li ha provocati con questa azione del governo Usa e quanto la casa Bianca sta facendo per rimettere in sesto la sua economia, è quasi imbarazzante (soprattutto se si guarda all’incommentabile campagna elettorale italiana, dove un vecchio signore che ha depenalizzato il falso in bilancio parla adesso di condono tombale).

Perché se è vero che da entrambe le sponte dell’Oceano i governi hanno sborsato cifre astronomiche per salvare le banche, l’amministrazione di Obama almeno sta chiedendo parte del conto e non è bloccata da un fiscal compact così rigido da impedire praticamente qualsiasi tentativo di ripresa economica, quale che sia la direzione (anche quella che auspichiamo noi, ovvero ecologica) che le si voglia dare. Le società di rating sono aspramente criticate anche da noi, ma a parte l’inchiesta di Trani -peraltro partita da una denuncia dei consumatori – si è solo molto discusso e concluso ben poco.

La seconda buona ragione per la quale la presa di posizione del governo a stelle e strisce è una notizia davvero, è che il governo più capitalista al mondo si mette di traverso o almeno tenta di farlo alle regole/non regole del mercato. Altro che laissez-faire. Di fronte alla evidentissima fallacia del mercato – e degli uomini e delle macchine che li guidano –  almeno si individua alcuni responsabili e gli se ne chiede il conto, non ci si abbassa alle loro ulteriori pretese (vedi situazione europea).

Come andrà a finire? Difficile dirlo, ma tra la legge Dodd-Frank – pur con tutti i suoi limiti – e questa iniziativa, almeno negli Usa pare che si cerchi di cambiare il corso delle cose. Che non significa un nuovo modello di sviluppo, e men che meno un’alternativa al capitalismo. Questi scenari dovrebbero invece arrivare dall’altra parte del mondo, ma al momento ci accontenteremo anche di molto meno. Se i mercati senza regole è appurato che sono al servizio dell’1% dell’umanità o giù di lì. Dimostrato che “la teoria del trickle-down” – ovvero l’idea tutta americana che dei benefici economici garantiti ai più ricchi ne potranno automaticamente (per “gocciolamento” verso il basso) beneficiare i membri più poveri della società – non funziona più (ammesso che abbia mai funzionato). Con una disoccupazione allarmante e con i poveri del mondo sempre più poveri e in fuga anche per problemi climatici dai loro paesi, l’idea che come minimo alla finanza e ai mercati speculativi si debbano sfilare come quantomeno le materie prime, ovvero tutto ciò che può permettere all’uomo di sopravvivere su questa “limitata” terra, come finalmente presentato in un programma elettorale dal’Spd, ci pare già una rivoluzione, a patto che qualcuno ne sappia cogliere il valore.

Qualcuno, da noi, dice che non andrà a votare perché in Italia non c’è uno come Obama, ma Obama ha scavalcato “a sinistra” tutta la politica italiana con un atto semplice, non rivoluzionario, di restituzione del maltolto, mentre da noi si inseguono mirabolanti promesse alle quali non credono per primi quelli che le voteranno nell’urna il 24 e 25 febbraio…