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This changes Everything. L’ultimo libro di Naomi Klein rovescia il tavolo «verde». Perché l’ambiente non è più «una» questione tra le altre ma la chiave per uscire dalla dittatura del capitalismo

25 / 9 / 2014

Sono tra­scorsi quat­tor­dici anni dalla pub­bli­ca­zione di No Logo e sette anni da quella di Shock Eco­nomy. Non c’è biso­gno di sco­mo­dare la qab­ba­láh per pre­ve­dere che anche il nuovo libro di Naomi Klein, This chan­ges eve­ry­thing. Capi­ta­lism vs. the cli­mate (uscito il 16 set­tem­bre scorso per Simon &Schu­ster negli Stati Uniti e per Allen Lane in Gran Bre­ta­gna), lascerà il segno.

Testo ricco di potenti esem­pli­fi­ca­zioni, tra vicende in larga misura sco­no­sciute al grande pub­blico e con­nes­sioni illu­mi­nate da un lavoro d’inchiesta in pro­fon­dità, durato oltre cin­que anni con la deci­siva col­la­bo­ra­zione di ricer­ca­tori quali Rajiv Sicora e Ale­xan­dra Tem­pus, ci pro­ietta nel cuore di quella che non può essere con­si­de­rata una «que­stione» tra le altre, nep­pure se fosse la più impor­tante, ma il «frame», la cor­nice, in cui inse­rirle tutte.

IL «FRAME» FONDAMENTALE

Il punto di par­tenza è in sé evi­dente, anche se fac­ciamo di tutto per negarne la realtà e girarci dall’altra parte. «I dati non men­tono: le emis­sioni con­ti­nuano a cre­scere, ogni anno rila­sciamo in atmo­sfera una quan­tità mag­giore di gas serra dell’anno pre­ce­dente, … creando un mondo che sarà più caldo, più freddo, più umido, più asse­tato, più affa­mato, più arrab­biato». Klein indica, con ric­chezza di riscon­tri scien­ti­fici a comin­ciare dagli studi più com­pleti di Kevin Ander­son, l’orizzonte della cata­strofe pros­sima ven­tura, senza mai indul­gere nel «cata­stro­fi­smo» di certe pro­spet­tive mil­le­na­ri­sti­che, che hanno il solo effetto di pro­durre impo­tenza sociale. In que­sto senso il libro sca­valca i con­fini della bril­lante inchie­sta gior­na­li­stica e si pre­senta da subito come un testo emi­nen­te­mente politico.

All’origine della «cata­strofe» stanno i carat­teri salienti del capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo, rias­su­mi­bili nel per­si­stente pre­do­mi­nio del ciclo pro­dut­tivo legato all’impiego dei com­bu­sti­bili fos­sili, altro che «green eco­nomy», peral­tro e giu­sta­mente quasi mai citata. Sotto que­sto pro­filo, argo­menta la gior­na­li­sta e atti­vi­sta cana­dese rac­con­tando l’annuale con­fe­renza dell’Heartland Insti­tute, think tank di ultrà neo­li­be­ri­sti e nega­zio­ni­sti, la «destra ha ragione» quando afferma che ogni seria poli­tica per con­tra­stare il sur­ri­scal­da­mento glo­bale costi­tui­rebbe un «attacco alla libera eco­no­mia di mer­cato, una minac­cia per il capi­ta­li­smo, cavallo di Troia infar­cito di prin­cipi socio-economici marxisti».

Da qui si dipana lo strin­gente lavo­rio cri­tico di Klein, mirato a destrut­tu­rare, con effi­ca­cia, le cor­renti costru­zioni ideo­lo­gi­che in mate­ria, da lei ribat­tez­zate «magi­cal thin­king», pen­siero magico. Sotto i suoi colpi cade certo la geo-ingegneria, cioè la pre­tesa di risol­vere, ricor­rendo a inno­va­zioni tec­no­lo­gi­che ancora più impat­tanti, gli enormi pro­blemi posti dal «glo­bal warming».

E nella figura di Richard Bran­son, pro­prie­ta­rio della Vir­gin Air­li­nes, ven­gono disve­lati i veri obiet­tivi di quei «mul­ti­mi­liar­dari che cer­cano di ricon­ci­liare il clima e il capi­ta­li­smo» sosti­tuendo il bene­vo­lente inter­vento pri­vato, spesso sol­tanto pro­messo, come nell’inchiesta si rivela con la spa­ri­zione di 3 miliardi di dol­lari, a qual­siasi inter­vento di rego­la­zione pub­blica trans­na­zio­nale. Ma, in pagine desti­nate a susci­tare sane pole­mi­che, Klein mette anche nel mirino le «Big Green», cioè le grandi asso­cia­zioni ambien­ta­li­ste, pro­ta­go­ni­ste negli ultimi vent’anni di un infrut­tuoso approc­cio, «mode­rato e ragio­ne­vole», alla nego­zia­zione sulle emis­sioni con governi e imprese mul­ti­na­zio­nali. Le loro moda­lità lob­bi­sti­che non solo sono risul­tate per­denti, ma – come nel caso di «Nature Con­ser­vacy» – nascon­dono anche diretti inte­ressi eco­no­mici, non pro­pria­mente puliti. Il più grande fondo ambien­tale degli Stati Uniti avrebbe infatti spe­cu­lato sull’estrazione di petro­lio e gas in un’area natu­rale del Texas loro affi­data con fina­lità conservative.

L’ORA DEL «PEOPLE’S SHOCK»

Di fronte alla minac­cia incom­bente, Naomi Klein pro­pone il rove­scia­mento del para­digma della «shock eco­nomy», cioè la feroce appli­ca­zione delle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste a par­tire da eventi social­mente trau­ma­tici, cata­strofi natu­rali o addi­rit­tura pro­vo­cate, in quello che invoca come «People’s shock», la lotta ai cam­bia­menti cli­ma­tici come «forza cata­liz­zante per una radi­cale e posi­tiva tra­sfor­ma­zione, per riven­di­care le nostre demo­cra­zie dalla cor­rut­tiva influenza delle cor­po­ra­tion, per bloc­care accordi com­mer­ciali che impo­ve­ri­scono, per inve­stire in infra­strut­ture pub­bli­che quali case e tra­sporti, per ripren­dersi la pro­prietà col­let­tiva di ser­vizi essen­ziali quali acqua ed ener­gia, per risa­nare un’agricoltura malata, per aprire i con­fini a migranti il cui tra­sfe­ri­mento è legato agli effetti cli­ma­tici, …, tutte che cose che aiu­te­reb­bero a porre fine a livelli grot­te­schi di ine­gua­glianza». Da que­sto punto di vista, supe­rando ogni approc­cio eco­no­mi­ci­sta, Klein sot­to­li­nea come «ciò che viene dichia­rato essere una crisi è invece una serie di fatti reali così come l’espressione di poteri e priorità».

LO «SPI­RITO DI BLOCKADIA»

Ecco allora che la terza parte del volume rico­strui­sce, con un’ampiezza finora ine­dita, il pano­rama dei movi­menti sociali che in tutto il Pia­neta si bat­tono, affron­tando spe­ci­fici pro­getti «estrat­ti­vi­sti», con­tro i cam­bia­menti cli­ma­tici come essen­ziale con­se­guenza del modello capi­ta­li­stico impe­rante. La giornalista-attivista, con un’espressione mutuata dall’esperienza di lotta con­tro lo sfrut­ta­mento mine­ra­rio di Hal­ki­diki in Gre­cia, chiama tutto que­sto lo «spi­rito di Blockadia».

E descrive un vero e pro­prio ciclo glo­bale di con­flitti, para­go­na­bile per dif­fu­sione, capil­la­rità e radi­ca­mento a quello delle piazze di Occupy. Un ciclo che va dal New Brun­swick cana­dese dove i mem­bri delle comu­nità della First Nation sono riu­sciti a bloc­care i test sismici fina­liz­zati a un vasto e deva­stante pro­getto di frac­king, cioè di frat­tu­ra­zione idrau­lica del sot­to­suolo per l’estrazione di gas natu­rale, alla Mon­go­lia Interna cinese dove la ribel­lione di intere popo­la­zioni ha fer­mato i piani gover­na­tivi per l’apertura di enormi miniere a cielo aperto desti­nate allo sfrut­ta­mento dei gia­ci­menti car­bo­ni­feri locali.

Fino al movi­mento, che ha tra­ver­sato l’intero con­ti­nente nord-americano e di cui la stessa Klein è attiva pro­ta­go­ni­sta, con­tro la rea­liz­za­zione dell’oleodotto Key­stone XL: qui si è trat­tato di una sug­ge­stiva dina­mica ricom­po­si­tiva, attra­verso la quale, con pra­ti­che comuni di radi­cale disob­be­dienza civile, si è costruita una vera e pro­pria «pipe-line» che ha con­nesso lotte e sog­getti dif­fe­renti tra loro sulla dor­sale, tra le sab­bie bitu­mi­nose dell’Alberta e i ter­mi­nal per l’esportazione lungo le coste del Texas, inte­res­sata da progetto.

Ma ciò vale anche per la rico­stru­zione di una sfera pub­blica, coo­pe­rante ed egua­li­ta­ria, deter­mi­na­tasi nei mesi suc­ces­sivi al super-uragano Sandy nella metro­poli new­yor­chese o per la «ri-municipalizzazione» della pro­du­zione ener­ge­tica otte­nuta con il refe­ren­dum di Amburgo. Ovun­que – e il caso tede­sco tra poli­ti­che eco­no­mi­che ordo-liberali e la Ener­giewende verso le fonti rin­no­va­bili è par­ti­co­lar­mente signi­fi­ca­tivo nella sua con­trad­dit­to­rietà – la «dura realtà del mondo in via di sur­ri­scal­da­mento si scon­tra con la logica bru­tale dell’austerity».

Per tanti altri aspetti, a par­tire dalle pagine dense di forti impli­ca­zioni per­so­nali dedi­cate al tema della «fab­brica della fer­ti­lità», rin­viamo alla discus­sione, quando uscirà, della ver­sione ita­liana del libro.

Que­sta prima let­tura lascia del resto diversi nodi aperti: quello rela­tivo al pro­filo dei sog­getti sociali impli­cati nel pro­cesso di cam­bia­mento radi­cale invo­cato come neces­sa­rio dalla Klein – per la quale è fon­da­men­tale, ma suf­fi­ciente?, il rin­vio al pro­ta­go­ni­smo delle popo­la­zioni indi­gene native e alla loro alleanza con i movi­menti sociali metro­po­li­tani -, così come quello delle forme stesse della tra­sfor­ma­zione, e ai dispo­si­tivi isti­tu­zio­nali da atti­vare – non può qui sfug­gire la con­trad­di­zione tra il rico­no­sci­mento dell’effettualità delle pra­ti­che comuni di alter­na­tive locali e il fre­quente richiamo a indi­spen­sa­bili macro-politiche di pro­gram­ma­zione («planning»).

Ma sarebbe inge­ne­roso pre­ten­dere che Naomi Klein scio­gliesse anche que­sti nodi.

Intanto, non si può che esserle grati per aver rimesso con i piedi per terra il tema del «glo­bal war­ming», per aver ricol­lo­cato la crisi eco­lo­gica nel con­te­sto della crisi glo­bale, per averci inco­rag­giato a «muo­verci in ter­ri­tori poli­tici non ancora car­to­gra­fati» con l’urgenza ad essa dovuta.